ESISTONO ANCORA I MATTI?

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La mia esperienza di lavoro in un residenziale per psichiatrici

I manicomi sono stati chiusi in seguito alla Legge Basaglia, che fine hanno fatto i matti? Nel tempo si sono trasformate le strutture e i pazienti. Da manicomi a ospedali psichiatrici, con un concetto di matto che è cambiato. Bastava veramente poco per essere rinchiusi in una struttura. Ci finivano spesso figli di famiglie povere, donne ribellatesi a contesti patriarcali, persone troppo creative, bambini vivaci. Oggi, le perizie psichiatriche hanno spostato l’attenzione su tutti quei comportamenti che varcano un confine immaginario di accettazione sociale. È per questo che ci sarà sempre l’industria dei matti.

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Ospedale psichiatrico – Ph Noemi Neri

La società si evolve, non sempre necessariamente nel senso che progredisce, e di conseguenza crea un nuovo concetto di “giusto”. In questo senso il matto migra, segue un confine che si sposta, gioca a campana secondo i disegni che le norme impongono. In questa casella sei normale, in questa sei troppo agitato, da valutare. Hai cambiato riquadro? Non si può! L’unico giusto è quello della consueta normalità.

Meno siamo intelligenti, più etichette sono necessarie

Del resto, fin da piccoli impariamo a semplificare la complessità, adattandola alla nostra comprensione. Meno siamo intelligenti, più etichette sono necessarie. Nell’era della comodità, della facile accessibilità, del tutto e subito, l’etichetta trova terreno fertile.

Troppa fatica indagare qualcuno diverso da noi. Troppa paura nel mettere in discussione le etichette con le quali uno rappresenta se stesso. Per questo motivo, quando anni fa, durante il progetto Do Di Matto, ho affrontato la questione chi è il matto, l’ho associato alla libertà.

noemi neri

Il matto per me è una persona libera. Libera di non piacere, di non rispondere al bon ton. È una persona che spesso ci mostra come l’essere umano è veramente, con le sue fragilità. È qualcuno che non ha perso la spontaneità, qualcuno con molteplici canali sensoriali da dover incastrare in una vita bidimensionale fatta di giusto e sbagliato. Il matto è una sfumatura inafferrabile.

Bisognerebbe dedicare più tempo allo sviluppo dell’empatia

Ph Francesco Rondelli

Le persone affette da disturbi mentali gravi, prima o dopo, finiscono in una struttura residenziale. Questo accade perché la famiglia non ha gli strumenti per poter gestire “casi” demandati a determinate figure professionali. Un figlio però, è sempre un figlio. Perché non ci sono progetti, rivolti a tutti, che insegnino come comunicare in maniera costruttiva con una persona che ha codici di comunicazione diversi da quelli che impariamo a scuola? Una delle principali cause di conflitto è proprio la comunicazione. Incrementare la formazione in tale senso, avrebbe una ricaduta positiva trasversale a tutti gli ambiti. Perché imparare solo a leggere e scrivere quando potremmo apprendere il linguaggio del corpo, quello dei segni, la comunicazione aumentativa alternativa, tanto per fare degli esempi.

Le case dei matti, una società nella società

Ho lavorato in un residenziale per psichiatrici, un’esperienza forte che mi ha arricchita. La casa si trova in campagna, lontana dagli occhi del popolo ancora normale. I residenti sono adulti, dai 20 ai 65 anni. Almeno la metà vorrebbe andarsene.

Ogni giorno dovevo essere molto vigile, pronta a improvvisi attacchi di aggressività, con il tempo sempre più prevedibili, occorre conoscersi. Quello che mi ha tormentata durante il mio lavoro nella struttura era la possibilità di un’alternativa:

e se fosse andata diversamente?

Ph Noemi Neri

Molte di quelle persone erano finite lì non completamente a causa loro. Ovvero, la loro pazzia non era tutta farina del loro sacco. Sicuramente avevano una predisposizione, ma non sono sicura che non ce l’abbiano tutti.

Gli utenti, come venivano chiamati, provenivano da un ambiente sottoculturato, analfabetismo, devianze in famiglia. Erano matti prodotti dalla società, in un certo senso. Per questo, mentre mi raccontavano il loro dolore, il sogno di una vita lì fuori, la solitudine, tornava in me quella domanda.

I matti drammaturghi

Ognuno di loro, come ogni persona, aveva la necessità di essere visto. Cercavano continuamente attenzioni, come per ricordare a se stessi: esisto. Un modo per sentirsi vivi. Inventavano grandi storie di cui erano sempre i protagonisti, nel bene e nel male. Utilizzavano la creatività per costruire un mondo che non poteva esistere nella routine quotidiana proposta dalla struttura. C’era la persona e il personaggio, niente di nuovo rispetto a chi potevo incontrare fuori.

Ph Noemi Neri

Le strutture residenziali sono bolle dentro il mondo. Società nascoste dentro la società più grande. Raggruppamenti di ciò che non va bene. Sono manicomi moderni dove le persone diventano sempre più spente.

Le giornate venivano scandite da un loop alienante, non esistevano progetti riabilitativi per loro. L’unica cosa rimasta erano i ricordi di una vita passata, diluiti sempre di più dalle medicine. E una speranza, lieve, di andare via prima o poi.

La società dei sordi

Stiamo riempiendo le strade di voci inascoltate, nascondendo la polvere sotto il tappeto. Stiamo procrastinando l’idea che ci sono persone con problemi e persone senza. Il vero problema è l’incapacità di entrare in relazione con chi è più in difficoltà a vivere secondo canoni condivisi. Ma a cosa serve rispettare queste regole di civiltà se poi abbandoniamo gli altri alla solitudine?

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