Una lettura allegorica tra linguaggio, potere e resistenza
“Tra le più selvagge solitudini delle Ande”, scrive H.G. Wells, si stende una valle inaccessibile, preservata dal mondo e dalla storia. È lì che si trova il paese dei ciechi, luogo immaginario eppure paradossalmente familiare: una società che ha costruito la propria coerenza interna sull’assenza della vista, e che, per questo, ha espulso dal proprio orizzonte ogni possibilità di deviazione sensoriale e concettuale.
Nel paese dei ciechi, pubblicato da Adelphi e tradotto da Franco Salvatorelli, è uno dei racconti più emblematici della produzione di Wells. Lungo appena poche pagine, incarna una parabola sulla devianza, la normatività, la violenza epistemica esercitata dal gruppo su chi vi si discosta. In questa micro-società, l’esperienza sensibile di Nunez — unico vedente tra ciechi — non è solo incomprensibile: è considerata patologica. La vista, da facoltà, diventa disturbo. Come accade in ogni sistema chiuso, ciò che non può essere nominato viene cancellato, e ciò che non può essere spiegato secondo la logica dominante viene ridotto a errore.
Se non c’è una parola per dirlo, allora non esiste
Wells lavora qui in modo sottile con il linguaggio. La società dei ciechi non possiede parole per designare la luce, il colore, lo sguardo. Il loro mondo è costruito intorno all’ascolto, all’intuito tattile, alla misurazione dello spazio in funzione della sopravvivenza. La lingua, come già intuisce il pensiero moderno da Wittgenstein a Foucault, non è semplice strumento descrittivo, ma struttura profonda della realtà. Se manca la parola, manca la cosa.
Quando Nunez prova a spiegare il mondo dal quale proviene “essi non credettero e non capirono nulla affatto di ciò che diceva, contrariamente alle sue aspettative; e nemmeno molte delle sue parole.”

Nel momento in cui Nunez cerca di condividere la propria esperienza visiva, si scontra con una forma di rifiuto ontologico. Non è tanto che non venga creduto — è che la sua esperienza è inconcepibile. È questa la forza più inquietante del racconto: la negazione della realtà attraverso la forza del consenso. Il vedente diventa, come nelle società integraliste, un eretico, un corpo da correggere. È lui dunque che deve imparare a muoversi dentro un nuovo sistema simbolico, a interpretare l’intonazione della voce più che le espressioni del volto.
Non è un caso che l’apice narrativo coincida con la proposta di amputazione. Per poter essere accettato dalla comunità e sposare la donna che ama, a Nunez viene richiesto di “convertirsi” al nuovo ordine, rinunciando alla vista. Il parallelismo con le pratiche religiose più radicali è evidente: il desiderio non basta, serve l’abiura. L’amore è subordinato all’adesione a una norma assoluta. In questa richiesta, si legge la dinamica di ogni potere coercitivo: l’identità non è concessa di per sé, è concessa a condizione di rinuncia.
Il “Paese dei ciechi” nella contemporaneità
Il significato allegorico di Nel paese dei ciechi si presta a numerose letture. Alcune di esse risultano oggi di straordinaria attualità. Nella nostra contemporaneità algoritmica, dove l’omogeneità è garantita dalla ripetizione dei contenuti e dalla neutralizzazione del dissenso, il racconto di Wells assume i tratti di una diagnosi anticipata. Le piattaforme sociali — microcosmi chiusi in cui il diverso è spesso ignorato o ridicolizzato — sono forse le nuove valli dei ciechi. Chi “vede” qualcosa che non è previsto dal sistema — chi propone uno sguardo critico, un’alternativa narrativa — viene spesso silenziato o espulso.
Durante la pandemia, anche figure accademicamente riconosciute, come il Nobel Luc Montagnier, sono state emarginate dal dibattito per aver espresso posizioni controverse. E non serve scomodare il presente per cogliere questa dinamica. Galileo, costretto all’abiura, è il primo Nunez storico: vide ciò che gli altri non potevano, o non volevano vedere. E come lui, molti attivisti dei diritti civili, oggi celebrati, furono inizialmente ignorati, perseguitati, annullati. L’occhio che vede prima — o che vede altro — è sempre disturbante.
Vedere come atto rivoluzionario
Ma se c’è una linea di pensiero che corre sotto il racconto di Wells, è quella che associa la vista a una forma di consapevolezza. In Platone, la caverna è il luogo dell’illusione condivisa: solo chi risale alla luce può conoscere, ma il suo sapere non viene creduto. Nei testi biblici, i profeti sono veggenti; nel buddhismo, il terzo occhio simboleggia la visione interiore. Vedere non è mai solo un atto fisiologico: è una rottura, una rivelazione, una responsabilità.
In questo senso, Nel paese dei ciechi è anche una riflessione sul prezzo della lucidità. Sul conflitto tra integrazione e verità. E, forse, sulla solitudine inevitabile di chi sceglie di continuare a vedere, anche quando il mondo gli chiede di chiudere gli occhi.
Infatti, Wells sembra voler restituire al lettore l’interrogativo: è possibile restare vedenti in un mondo cieco? O è inevitabile cedere, spengere lo sguardo, sopravvivere nella cecità condivisa protetta dalla delegittimazione sistematica del dissenso?








