Lettere Mercuriali
Con Lettere Mercuriali, Anacleto Verrecchia consegna al lettore la sua ultima – e forse più lucida – riflessione sulla condizione umana. Un’opera, edita da El Doctor Sax Beat&Books, che non è soltanto un testamento intellettuale, ma un vero e proprio viaggio metafisico sotto le mentite spoglie di un itinerario geografico, condotto con la voce di un Mercurio tornato sulla Terra su incarico divino.
Come nelle antiche satire, l’autore adotta il punto di vista distaccato e obliquo del dio-messaggero per osservare le miserie del presente, facendo emergere per contrasto la nobiltà perduta dell’antichità classica.
Il viaggio della divinità sulla Terra

Verrecchia, nei panni di Mercurio, sorvola rovine e città, resti gloriosi e cumuli d’immondizia, e osserva senza pietà ciò che resta dell’uomo moderno. Il tono è ironico, tagliente, ma anche attraversato da una malinconia cosmica: “gira e rigira il mondo è sempre uguale a se stesso”, scrive il dio in una delle sue lettere, e il senso che se ne ricava non è quello di una rassicurante ciclicità, ma piuttosto quello di un’eterna ricaduta nel peggio.
È qui che la visione antropologica dell’autore si fa esplicitamente cupa. L’uomo, secondo Mercurio-Verrecchia, è “veramente qualche cosa di troppo sulla Terra. Di troppo o di sbagliato, scegli tu. Io direi anche di funesto”. L’umanità non solo ha rinnegato le divinità del cielo, ma ha anche perso il contatto con la propria stessa nobiltà: i templi diventano chiese, le statue vengono ignorate dai turisti, i resti archeologici calpestati da custodi distratti.
L’uomo moderno, scrive con un lampo d’arguzia, “vuole solo vedere, non pensare. Ha cento occhi come Argo e niente cervello come i celenterati”. È il trionfo dell’immagine sulla coscienza, del turismo sull’esperienza, della quantità sulla qualità.
Lo sguardo disincantato di Verrecchia verso l’umanità
Il viaggio di Mercurio non è mai neutro: ogni città – da Atene a Siracusa, da Palermo a Napoli – diventa il pretesto per denunciare una civiltà in rovina, un’umanità che ha perso la misura, la bellezza, l’armonia. A volte l’invettiva è feroce, altre volte si trasforma in un lamento dolente, come quando cita il Lamento di Asclepio e riconosce nella sorte dell’Egitto antico il destino comune delle grandi civiltà decadute. In tutto questo, la voce dell’autore non rinuncia a una sottile vena poetica, che traspare soprattutto nelle descrizioni della natura, dei paesaggi, degli antichi siti: luoghi in cui ancora si respira – seppure per brevi attimi – l’eco del divino.
In fondo, Lettere Mercuriali è anche un’opera di filosofia tragica, che si interroga sul senso della storia e sull’incapacità dell’uomo di imparare dai propri errori. Verrecchia non indulge in alcun ottimismo: “fra tutti gli esseri viventi l’uomo è il più mostruoso”, afferma. Ma è proprio da questa radicale lucidità, da questo sguardo disincantato, che il libro trae la sua forza. Come ogni buona satira, anche questa è animata da un amore profondo per ciò che si critica, da una nostalgia viva per un mondo che forse non è mai esistito, ma che avrebbe potuto esistere.
Lettere Mercuriali è un’opera ibrida, in bilico tra il pamphlet filosofico, il diario di viaggio e la meditazione spirituale. La sua peculiarità sta proprio nel linguaggio mobile, “mercuriale” appunto, che scivola dall’invettiva alla preghiera, dalla derisione all’epicedio. Verrecchia, con questo libro, compie il suo ultimo volo sulla Terra, lasciandoci un’opera che ha il sapore dell’oracolo e il peso della verità.
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