E se lo psicologo pensasse ai fatti propri durante il colloquio con il paziente?
A colloquio di Massimo Cirri, pubblicato da Feltrinelli nel 2021, è un libro che intreccia autobiografia, saggistica e riflessione sociale. Cirri — psicologo e conduttore radiofonico di Caterpillar su Radio2 — racconta la propria esperienza trentennale come psicologo nei Centri di salute mentale pubblici, alternando casi clinici, aneddoti e pensieri personali.
“Ne parliamo la prossima volta, signor I.? ‘Sì, certo, insomma, se ci tiene.’
Io non particolarmente, in verità, ma ormai siamo qui.”

In prima battuta, il libro di Cirri appare come irriverente e provocatorio. Lo psicologo, infatti, mostra al lettore il proprio retropensiero mentre ha il paziente di fronte a sé: “la mia capacità di ragionare inizia a essere alterata da un altro sentimento. Un leggero giramento di palle contro il signor L. Leggero per modo di dire. Sono qui ad ascoltarti, cretino – penso -, come non ti ha mai ascoltato nessuno in vita tua. E se non ti ha ascoltato nessuno un motivo ci sarà: perché hai un carattere di merda.”
Del resto, non si possono controllare i pensieri. Non possiamo controllare se qualcosa che ci viene detto risuona dentro di noi ripescando esperienze lontane e facendole emergere improvvisamente. Per lo psicologo, a volte, è difficile anche mantenere la concentrazione, così mentre una signora parla dei problemi con il proprio marito, la mente fugge via: “penso a due persone fragili che si cercano per trovare appoggio. Penso che ho una visione da libro Cuore, penso che sono pieno di preconcetti, penso che un giorno così non ritorni mai più, mi dipingevo le mani e la faccia di blu.”
Il lato prettamente umano del terapeuta
Questa incontrollabilità dei pensieri mostra il lato umano e fallibile dello psicologo: la fatica dell’ascolto, la distrazione, i pensieri che si sovrappongono alla voce del paziente, la tensione tra empatia e distanza professionale.
È impossibile, infatti, che durante un colloquio uno psicologo resti neutrale come vogliono i manuali. Nel libro l’attenzione non è tanto centrata sulla sofferenza psichica in sé, quanto sul vissuto del terapeuta di fronte a quella sofferenza. Non sempre lo psicologo ha chiaro chi ha di fronte: “mi butto nell’ovvio, nel lapalissiano estremo, nel facile, pacifico, comprensibile e ovvio perché, in fondo, io la signora T. non la capisco.”
Può accadere che un professionista sia sopraffatto dalla stanchezza o pigrizia, scrive Cirri al riguardo dello studio di una cartella clinica: “annuisco, la guardo come un grande clinico guarderebbe una radiografia, una TAC, una risonanza magnetica a colori. Ho la tentazione di alzarla davanti agli occhi per esaminarla in trasparenza, fingendo di capire. Mi dico che prima o poi dovrò armarmi di pazienza e leggerla.”
Questo scarto — tra l’intenzione di curare e i limiti personali di chi ascolta — diventa il vero nucleo del libro. Più che un’idealizzazione del rapporto terapeutico, Cirri offre una riflessione sul suo carattere profondamente umano, imperfetto e quotidiano. L’umanità che emerge, infatti, è quella del terapeuta, non quella del “malato”.
In questo senso A colloquio rovescia la prospettiva abituale del racconto clinico: non più il paziente al centro, ma lo sguardo di chi ascolta, con le sue esitazioni, le sue fughe mentali, la sua vulnerabilità. Cirri non pretende di fornire una lezione di psicologia, ma di restituire la complessità di un mestiere costruito sull’equilibrio precario tra professionalità e fragilità personale. Il cambio di prospettiva è radicale: la terapia non appare più come un luogo di cura unilaterale, bensì come un incontro tra due umanità che si osservano e si influenzano a vicenda. In questo scambio imperfetto, fatto di pensieri che divagano e parole che inciampano, si intravede la forma più autentica dell’ascolto.


